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Il 22 febbraio si è celebrato lo “Sconnessi Day”, una giornata di sensibilizzazione dedicata alla disconnessione digitale e all’uso consapevole della tecnologia. Vi invitiamo a leggere l’intervista della psicologa del Centro Starbene, Alessia Amatore, realizzata dalla giornalista Danila Esposito e pubblicata sul numero 93 de Il Crotonese del 2 dicembre 2025.

di Danila Esposito

Rallenta l’apprendimento, riduce l’attenzione, distrae e favorisce l’isolamento. Sono queste le cause dell’utilizzo del telefonino in classe, una questione ormai al centro del dibattito politico e sociale. A dire stop ai cellulari a scuola è stato proprio il governo Meloni che con un provvedimento ministeriale ne ha vietato l’uso, ai minori di 14 anni, a partire da settembre 2025. Ne abbiamo parlato con Alessia Amatore, psicologa clinica e psicoterapeuta familiare-sistemico relazionale presso il centro Starbene di Crotone.

Alessia Amatore – Psicologa

Dottoressa, spesso sentiamo dire agli studenti che il cellulare li aiuti a ‘staccare’… ma quanto incide davvero l’uso in classe di questo strumento sulla concentrazione e il rendimento scolastico?

“Sin da bambini si utilizza troppo facilmente il cellulare, già dalla pre-adolescenza. Questo comporta un accesso ai contenuti di internet già da piccoli, diventando ‘istruiti’ in tenera età su come aggirare le app e gestire i contenuti proposti dalla rete. E’ scientificamente provato, però, che portare un cellulare a scuola ha un impatto negativo, sia sulla concentrazione durante la lezione sia nel momento di pausa. Nel corso della lezione, controllando il telefono, si è spesso distratti e questa azione porta ad interrompere quello che è anche il flusso di pensiero che sta seguendo un ragionamento. Si va in sovraccarico cognitivo e si ha anche un problema di memoria e sviluppo di pensiero critico, perché è come se il bambino fosse rapito da quello che sta facendo, guardando lo schermo, e quello che è intorno a lui è perso, a volte. Ma non è detto che il cellulare non possa svolgere un ruolo didattico: a volte è utile per fare ricerca e lavorare in gruppo, seguiti dall’insegnante, dando forza alla motivazione personale a studiare con gli altri compagni condividendo informazioni. Se si usa invece in classe per scacciare la noia, diventa un grande ostacolo all’apprendimento”.

A suo parere, la ricezione di notifiche durante le lezioni, da qualunque social network, quanto può influire sugli stati d’ansia e le dinamiche relazionali anche in classe?

“Si innesca proprio l’ansia da separazione da questo mondo virtuale, così come la pressione al confronto. Se mi arriva una notifica si attiva immediatamente la paura che ho di perdere ‘qualcosa di importante’ che sta accadendo nella mia vita online, della quale io faccio parte, ed è come se si stesse sempre sul chi va là. Ecco, lo studente è in classe fisicamente, ma ha spesso il bisogno di comprendere, di conoscere, ciò che c’è fuori da quella stanza e che è racchiuso nei social network, generando quindi un senso di irrequietezza e di vera e propria ansia da separazione dal suo mondo virtuale. Oltre che un limite per l’attenzione in classe, questo comportamento va ad aumentare quella difficoltà di attesa: si innesca un meccanismo per cui ‘io non posso aspettare, devo vederla subito quella notifica’, e se non lo faccio subito automaticamente inizio ad avere il pensiero costantemente lì. Si genera questo flusso ansioso che crea un sovraccarico cognitivo di stress perché costringe il cervello a cambiare quello che stava facendo, a concentrarsi su una situazione differente. Ci si rifugia nel mondo virtuale, isolandosi dall’interazione con l’altro”.

Come valuta l’intenzione del Governo danese di vietare l’uso del telefono ai minori di 15 anni?

“Io credo che, in generale, tutto ciò che è drastico, pur avendo una finalità protettiva, tende ad aumentarne l’abuso. E vale anche per gli smartphone, arrivando a situazioni incresciose come nascondere il cellulare in classe ed utilizzarlo quando l’adulto è distratto, in questo caso l’insegnante. La scelta della Danimarca è un intervento a tutela degli studenti, ma credo che non ci debba essere soltanto un divieto. Certamente, con questa misura, si ripristina il tempo e l’attenzione, la capacità di concentrazione profonda, senza sentire il bip delle notifiche e dover interrompere quello che si sta facendo in classe, ma bisogna agire sull’educazione all’utilizzo di questi strumenti sin da bambini. Si può pensare che, dai 15 anni in su, si abbia un’età più o meno consapevole, fatta da esperienze che hanno formato un bagaglio personale utile ad affrontare il mondo dei social; ma non è sempre così. A volte si tende solo a spostare il problema, perché bisogna agire prima con un’educazione all’utilizzo delle piattaforme, anche sociale e emotiva, che parta soprattutto dalla famiglia. Non c’è un giusto o sbagliato: ad esempio, la decisione di acquistare un telefono per un bambino di 10 anni dipende solo dalla scelta della famiglia. L’importante è dare delle regole sin da bambino, spiegando l’utilizzo corretto del telefono, senza privarlo e di conseguenza acuendo la sua frustrazione”.

Quali sono oggi i problemi dei giovanissimi, di quelli che si rivolgono ad un professionista, accompagnati magari dai genitori?

“I problemi sono sempre gli stessi, il punto è che sono cambiati in termini di intensità. La fascia di maggior rilievo è dagli 11 ai 19 anni, quindi dall’inizio della preadolescenza. Ma osserviamo anche in bambini molto piccoli crisi di rabbia, disturbi d’ansia, e tutto ciò che concerne i disturbi anche comportamentali. Sono in aumento situazioni di isolamento, che non è una vera e propria tristezza come noi pensiamo, ma è una sorta, nel giovanissimo, di apatia prolungata, di non voler fare niente, di stanchezza cronica, di non voler stare con gli altri. Che spesso si associa alla depressione e alla tristezza, ma non è così, soprattutto in questa fascia d’età. Il mondo dei social network poi ha aumentato l’ansia per gli ambienti sociali, che diventa più acuta quando viene confrontata con la vita che, invece, si ha sui social, che sembrerebbe perfetta. L’iperconnessione ha portato difficoltà nelle relazioni, nella regolazione emotiva e comportamentale, già da piccolissimi. Una rabbia, spesso rivolta verso l’esterno, la famiglia, la scuola, che porta a ‘scoppi frequenti’. Per questo è importante che la scuola e tutti gli ambienti educativi, formino fin da piccolissimi alla regolazione emotiva, alla gestione delle emozioni, all’utilizzo consapevole dei social ed a quelli che sono i rischi”.